Il Papa dei poveri e della speranza

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La Chiesa ha un Papa. Ma, soprattutto, Roma ha un vescovo. E questo per me, che sono romana, d’adozione ma romana, è una grande consolazione. Significa che anche questa città che sembra non impressionarsi mai di niente, e di saperla sempre già lunga su tutto, anche questa città scanzonata ed autosufficiente ha bisogno di un vescovo, di un padre che si prenda cura di noi, e che ci dica sono contento di essere qui, venite con me che preghiamo un pò. E poi si chiama Francesco. Il patrono d’Italia, tanto per incominciare, il santo della pace e il santo della povertà, ma anche il santo a cui Gesù disse: “Francesco, vai, e restaura la mia chiesa”. Francesco, che come spesso tutti noi, al primo momento non capì, restaurò di sua mano la Porziuncola, chiesetta diroccata. Solo dopo capì che Gesù parlava della Chiesa con la c maiuscola. Papa Francesco invece l’ha ben presente, che Dio non gli sta chiedendo di fare il muratore, ma il ricostruttore delle anime. E poi è argentino, di un paese povero e bellissimo, cattolico e diffamato, speranza degli emigranti italiani un secolo e mezzo fa, eppure cronicamente immerso in crisi economiche, finanziarie, politiche. Un papa dei poveri e della speranza, e un papa figlio del coraggio dei migranti. Al sentire il nome, ieri sera, in piazza, ho telefonato ad un amico di Buenos Aires: “Complimenti – gli ho detto – il Papa è argentino!”. “Davvero?” ha risposto e poi, dopo averlo ascoltato, mi ha scritto un sms: “Parla come me. Che bel Papa, parla come noi”.

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