Intervista su Il Dubbio - Sulle unioni civili fiducia sbagliata

Pivetti: «La legge è sacra ma l’obiezione è un diritto»

«Il premier ha sbagliato a mettere la fiducia: è un segno di fragilità e di arroganza politica. Un argomento del genere non può diventare un trofeo»

Scuote la testa: «Scusi, un commento sul fatto che Marchini annuncia che non celebrerà unioni gay è inutile che me lo chieda. Tanto lui non celebrerà nessun matrimonio, gay o etero che sia, perché il sindaco di Roma non lo farà mai.. ».

Io veramente chiedevo il suo giudizio politico sull’uscita di Marchini.
«Il giudizio politico, volentieri. Per il resto noi siamo competitor di Marchini e non mi va di rispondere ad una domanda relativa ad un candidato che non vince. Mi parrebbe un fuor d’opera».

Allora parliamo della legge sulle unioni civili, va bene? Il Parlamento ha dato via libera...
«Dal mio punto di vista, le unioni civili non sono un problema. Non vedo remore, sono legittimamente un modo per dare stabilità ad una relazione d’affetto. Tutto quello che può concorrere a rendere definito nel tempo l’amore tra due persone lo ritengo positivo. Non credo che metta in discussione il valore della famiglia perché queste unioni non sono una famiglia. Sono una cosa diversa: è un punto sul quale dobbiamo essere chiari».

Renzi ha messo la fiducia sul voto del provvedimento. E le opposizioni, Lega compresa, sono insorte. Mentre la Cei l’ha definita una sconfitta per tutti. Condivide?
«La Chiesa, che ha molta buona creanza, la definisce in quel modo. Io, che non ho gli stessi obblighi di bon ton, dico che la decisione del presidente del Consiglio di usare la fiducia su un tema così delicato, è una vergogna. Anzi, dico di più: è un atto indecente. Per due ragioni. Primo: conferma la fragilità del governo costretto a ricorrere alla fiducia ogni volta che si sente messo in discussione. Secondo: il disprezzo che il capo del governo e la maggioranza che lo sostiene manifestano nei confronti delle unioni civili stesse. Infatti far diventare questo argomento una questione di parte, un trofeo della coalizione di governo è un errore, un grave errore. Si tratta di un argomento di discussione trasversale alla società. Gestirlo in questo modo significa voler sputare in un occhio proprio alle tante persone che da troppo tempo aspettano una legittimazione legislativa al loro legame. Al contrario, la fiducia voluta dal governo è un elemento totalmente delegittimante. Io mi sentirei offeso da un governo che strumentalizza così il problema. Ma a ben vedere quello di Renzi e della maggioranza di centrosinistra non è affatto un comportamento nuovo. La stessa operazione cialtronesca è stata fatta sulla riforma costituzionale. Lì la fiducia non era possibile, ma l’atteggiamento intollerante è stato lo stesso».

Poi però c’è una questione di gestione amministrativa delle unioni civili che non può essere disattesa. Riformulo la domanda iniziale: se la Meloni diventasse sindaco, come si comporterebbe?
«Le leggi vanno rispettate, non c’è scelta né discussione. Ma se c’è un margine di discrezionalità possibile, il sindaco fa bene ad usarlo secondo la sua coscienza. Parliamoci chiaro: questa legge è un pasticcio e davvero non ho idea di cosa verrà fuori. Detto questo, è un obbligo per tutti rispettare le leggi dello Stato, ma se uno obietta per motivi morali è libero di farlo. Faccio un esempio. Oggi l’obbligo del servizio militare non c’è più. Tuttavia servire militarmente la Patria resta un dovere, ma la libertà del ricorso all’obiezione di coscienza non la mette in discussione nessuno».

Secondo lei, la presa di posizione così netta della Chiesa quanto peserà sul voto a Roma? Quanto può spostare in termini di consenso su questo o quel candidato?
«La posizione così dura della Chiesa è ultralegittima. Però bisogna distinguere. Ognuno deve svolgere il ruolo che gli compete. La politica deve farsi carico delle responsabilità politiche; la Chiesa, che non ha responsabilità politiche ma svolge un ruolo pastorale, ha il diritto e anche il dovere di essere molto chiara sui temi che ritiene fondamentali. Da cattolica quale sono, sinceramente non capisco l’atteggiamento di quei laici che saltano su e bollano come inammissibile ingerenza ogni volta che la Chiesa apre bocca su un argomento. Il Vaticano, il Papa, hanno il dovere di dire ciò che pensano, altrimenti diventa tutto una marmellata indistinguibile. E a mio avviso anche indigeribile. Io voglio che la Chiesa sia chiara. Così aiuta me, da credente, ad orientarmi. Ma aiuta anche chi la pensa diversamente ad articolare con compiutezza il suo pensiero, a decidere da che parte stare. La Chiesa che prende posizione è un bene da coltivare, non da respingere. Il che non vuol dire che, da politico come sono, tutte le mie scelte debbano per forza essere fotocopia delle posizioni che la Chiesa».

Per esempio sull’immigrazione. Il Papa dice una cosa, Salvini l’opposto. Nessuna contraddizione? Tutto a posto con la coscienza?
«La posizione del Papa sull’immigrazione è anch’essa sacrosanta. Chi in coscienza può dire davanti ad un derelitto: bisogna farlo morire? Altra cosa però è la politica. Che tiene conto del precetto umanitario ma poi di fronte ai problemi è obbligata a trovare soluzioni politiche che possono essere anche dure. Compreso il fatto di prendere per le orecchie i governi che alimentano il traffico di esseri umani e metterli di fronte alle loro responsabilità. Questo il Papa non lo dice perché giustamente esula dalla sua missione».

E allora restiamo alla politica. In particolare alla campagna elettorale per Roma. Nel centrodestra si assiste ad uno strano balletto: ogni candidato rimprovera l’altro di essere stampella di Renzi. Davvero è questa l’accusa vincente per spostare voti da Marchini alla Meloni o viceversa?
«Questo accade perché lo capiscono tutti che Renzi è sull’orlo del dirupo. E di conseguenza è lui che si avvale continuamente di stampelle, tipo la fiducia. Non ha un profilo politico chiaro tranne la volontà di conservazione del potere a tutti i costi. Poi ci sono i fatti oggettivi. La prima parte dell’operazione berlusconiana a Roma, quella con Bertolaso candidato per intenderci, era chiaramente un Nazareno 2.0. La convergenza su Marchini ha un sapore più politico. Ciò non toglie che quella marchiniana è un’area politica fortemente compromessa con Giachetti. Anche la bocciatura di Fassina è un supporto a Giachetti e dunque a Renzi».

Non resta che la Raggi, allora. Come si batte, qual è la mossa vincente?
«La più importante ce la siamo giocata: era l’unità del centrodestra. L’altra che rimane, importantissima anch’essa, rimanda alla competenza e all’uso buon senso. Qualità entrambe drasticamente carenti sul fronte dei Cinquestelle. Quando vogliamo andare a costruire una proposta politica moderna, coerente, strutturata e costruttiva per una grande capitale europea e mondiale come Roma e i cittadini romani si sentono proporre la funivia sulla Boccea, beh è disarmante. Idem per gli autobus colorati. Sono proposte che aiutano gli elettori a scegliere. Precisamente di stare dalla parte opposta alla Raggi».

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