Aquile come polli. Riflessioni sull'impegno dei cristiani in politica

Irene Pivetti

C’è un atto di responsabilità da compiere oggi, e da oggi in poi oggi in poi.

Dobbiamo tornare a dire: voglio essere cittadino di questo Stato, voglio fare la mia parte in questa società, specialmente ora che è più difficile crederci, voglio portare il mio peso e aiutare gli altri a portare il loro, voglio dare una forma utile alla mia libertà.

Perché adesso che le abbiamo viste tutte e la misura è colma, con che coraggio rimaniamo seduti, o peggio ci lasciamo andare alla lamentela? Come possiamo fare nostro il cinismo del tanto peggio tanto meglio, e la superficialità del non mi riguarda? Dio non voglia che non sappiamo più svegliarci da questo sonno, triste e in ultima analisi egoista, per ritrovarci domani a chiederci: Io dov'ero mentre tutto quanto cominciava?

Perché è di questo che stiamo parlando.

Il tempo di soffrire in silenzio fino ad abituarsi è finito, e non ci sono scuse per starsene ancora faccia al muro, avvolti stretti nei nostri stracci di coscienza, sul pavimento della stazione della vita. Alziamoci. Via questi cenci da perdenti. In piedi morti di fame che siamo, è ora di andarci a riprendere una vita decente, giustizia, libertà, coesione sociale, serietà, merito, speranza, spirito costruttivo e capacità di collaborare, equità economica e decoro istituzionale, servizio al bene comune, identità, Stato.

È ora di politica, anche se ci hanno fatto credere che non esista più. E che, se mai esista, non valga proprio la pena.

È ora di libertà, di quella seria, fatta di sacrifici quotidiani, di mediazioni tra l'ottimo e il possibile, di astuzia buona per aggirare gli ostacoli, e anche di qualche santa arrabbiatura.

È ora di responsabilità, amici che ancora riuscite a sentire il vostro cuore battere, responsabilità di fronte a noi stessi, alla nostra famiglia, alla società, ma responsabili anche di fronte allo stato o, per chi sa che Lui non ci perde mai di vista, nemmeno adesso, che siamo tanto fiacchi da far pena, ma tuttavia porta pazienza, responsabili di fronte a Dio.

 

E allora voglio farvi una domanda. La risposta non la possiamo dare oggi, ma la domanda è diventata urgente. Se un cristiano vuole vivere la sua fede in modo sereno e normale, nella sua vita, nella sua famiglia e nel lavoro, fino a che punto ha diritto di volerla vivere anche nel suo esercizio di cittadinanza, nella sua azione sociale e pubblica?

È bello essere lievito e testimonianza, anzi, essere pochi fra i molti indifferenti, portare sulle nostre spalle anche il loro carico, in una certa misura è la radice e il senso della nostra identità cristiana. Ma stare ben lontani dal trionfalismo non significa necessariamente essere impercettibili. Non predicare con arroganza non richiede di tacere. Rispettare la laicità dello Stato, che da un paio di secoli è stata scelta come la forma standard per le istituzioni, non significa credere che Cristo sia re per finta. Siamo cristiani per un motivo. Siamo cristiani perché il mondo ne ha bisogno, ne ha sempre avuto, e a noi non è dato di scegliere se esserlo, ma solo come esserlo.

Ci vogliono figli di Dio nella famiglia e in ufficio, nell'arte e nella scienza, ma santo cielo anche nella politica, gente tosta e sicura di sé, non per se stessa, che sarebbe presunzione, ma perché sa di che pasta è fatto il nostro allenatore e di che razza di forza siamo portatori. Disruptive innovation, la chiamano nel marketing. Eccoci, siamo qui. Siamo ovviamente liberi di dire di no, di scappare, e persino di continuare a dormire.

Ma a chi di noi rimane in piedi e all'erta io dico: siamo davvero sicuri che a un cristiano che vuole vivere la sua fede, e vuole viverla al servizio dello Stato, perché vi vede la strada maestra per la tutela del bene comune, siamo sicuri che sia proibito voler dare una forma compiuta e visibile a questa presenza, in un movimento, in un partito magari, esplicitamente costruito ispirato alla certezza cristiana? E che nello stesso tempo, per una volta, scenda in campo per vincere? Questo occorre chiedersi. Voler vincere non è colpevole. Voler esistere è legittimo e non si nega a nessuno, ma ci hanno fatto credere che la nostra esistenza debba restare enzimatica, il milligrammo che scatena la reazione della massa la quale, beninteso, non ci deve appartenere, non sia mai, e nemmeno assomigliare.

Portatori d'acqua per eccellenza, ci è permesso di rendere migliori le cose intorno a noi purché non aspiriamo a governarle. Condannati a seminare senza mai raccogliere, ci siamo lasciati convincere che sia giusto così, anche quando mani predone tolgono il raccolto, il bene sociale, a chi ne ha più bisogno, per accumularlo nei loro forzieri. Ma per fare la giustizia bisogna anche un po' contare. Per difendere il bene sociale non basta belare a gran voce, qualcuno di noi deve farsi un po' cane, e tener lontani lupi dalle pecore.

Per questo mi chiedo quanto ancora vogliamo attendere per fare la nostra parte. Un nuovo ma già grande mio amico mi ha detto: è diabolico prendere un'aquila e farle credere di essere un pollo. Io, ex pollo per errore, lo ripeto a noi tutti, aquile disilluse rattrappite in una vita da pollaio: ali bene aperte, da adesso si vola alto.

Articolo di Irene Pivetti pubblicato anche su www.interris.it