Occupare il nostro posto. Di Irene Pivetti

In  base a quale follia noi autorizziamo noi stessi a chiamarci il centro, e a compatire il resto del mondo come periferia? Quale malsano squilibrato orgoglio ci fa vedere nei Paesi terzi, cioè extracomunitari, dei soggetti bisognosi della nostra amorevole cura?

Sono da cinque giorni in Cina (mi capita spesso, ci lavoro da più di otto anni), ho visto questo Paese in lungo e in largo e quasi ogni notte nelle mie 50 missioni ho scritto mail con la televisione accesa a vedere i cinesi come si raccontano, che dicono e cosa pensano di se stessi e degli altri: talk show, giochi a premi, telegiornali, fiction su Mao Tze Dong da giovane, telenovelas in costume medievale e tanti, tanti reportage dal mondo. Dell'Europa, non dico dell'Italia, avrò sentito parlare 2 o 3 volte.

E noi saremmo il centro, e loro la periferia. Stanotte, notizie dal mondo: Cina che parla di Africa e africani che parlano di Cina, Xi Jinping che riunisce tutti i partiti comunisti del mondo a Pechino, Trump e i suoi conflitti con l'Fbi e poi Corea del Nord. Fine.

Problema: ma ricchezza e miseria sono ancora uno spartiacque, e noi siamo quelli ricchi. Chiediamolo ai nostri anziani se è vero, o ai nostri esuberi. O alle (ormai debellate come un morbo) famiglie numerose, chi è ricco e chi è povero.

La miseria dell'Africa, del sud-est asiatico, dipende ormai molto più dalla corruzione dei loro governi che da remote colpe coloniali di ex potenze ora tagliate fuori. Dipende dal non gestire l'estremismo islamico, dal fare soldi sulla tratta di esseri umani, dal gusto per la ricchezza non guadagnata e dal disprezzo per il popolo. Rispetto a tutto questo noi europei, ex centro ed ora anche ex ricchi, abbiamo soprattutto una grande, ma non interessante, colpa di omissione. Siamo omissivi e non condividiamo con loro quel che a nostre spese avremmo dovuto imparare, e cioè che la fame dell'oro porta alla guerra, e la guerra alla disperazione, la disperazione alla dittatura e questa alla morte, anche delle classi dirigenti. E che dopo resta solo fango.

Poltiglia culturale inservibile, finché qualcuno non si rimbocca le maniche per ricostruire. Ma questo è un passaggio che un po' ci disturba, non sappiamo se ci crediamo davvero. La chiamiamo "retorica", e giù a smontare e maledire, e retrocedere. Siamo omissivi perché abbiamo sprecato le energie facendoci del male. Finito l'olio delle lampade, non abbiamo nemmeno voglia di comprarne altro. Mentre l 'Africa a un passo da noi rifà in modo bestiale e persino più violento gli stessi errori che l'Europa ha fatto negli ultimi 500 anni. E noi ci ostiniamo a curare i loro sintomi.

I migliori fra noi vanno laggiù a nutrire gli affamati, a curare le piaghe, ad amarli fino a farsi ammazzare, e non c'è un mediocre politicante in tutta Europa che abbia la faccia di dire a quei governi: vergognatevi affamatori, governi trafficanti, governi assassini dei vostri stessi popoli, non uno di noi che abbia la faccia di distinguere governi buoni e cattivi, di promuovere una azione politica vera, stipulare una alleanza sana con i più equilibrati, che non a caso sono anche gli Stati più prosperi, operando attivamente per contrastare i sanguinari.

Il nostro stesso non-interventismo nemmeno diplomatico è una forma di razzismo, quasi fosse normale per noi pensare l'Africa, e parte del sud-est asiatico, come terra di sostanziale sottosviluppo, e perciò anche di barbarie: "Lascia correre, finché si scannano fra loro a noi va bene". E via così a considerarci il centro. Invece le cose non stanno più in questo modo da un pezzo.

In Asia la Cina governa il continente da almeno quarant'anni, così come governa l'Africa da venti. Gli Stati africani scelgono ormai solo fra la solidarietà islamica e la fratellanza cinese: contribuire da parte nostra a far pendere la bilancia a favore dei soggetti migliori non sarebbe nemmeno tanto un atto di dovuta carità, quel famoso risarcimento storico che sentiamo di dovere, a causa della nostra passata ricchezza. Piuttosto sarebbe una azione intelligente, appena appena lungimirante, per provare a migliorare la qualità complessiva di chi di qui a poco è destinato a governarci, a dominare di sicuro la nostra economia, e a giocarsela con forza persino con la nostra cultura, tanto siamo diventati timidi e imbelli.

Questo siamo, noi residuali, nobili decaduti, viziati e inetti. Abbagliati dalle nostre passate ricchezze di cultura e storia non vediamo la sterpaglia della malavoglia che devasta i nostri campi, le crepe della presunzione nei nostri muri, e continuiamo ad atteggiarci a legislatori di un mondo che, semplicemente, ci ignora. È ora di svegliarci da questo incubo da morfina, è ora di riprendere umilmente, ma seriamente, ad occupare il nostro posto nel mondo, lavorando come tutti, insieme con gli altri, non sopra ma nemmeno sottomessi, e nemmeno necessariamente "per" gli altri.

Ripartire dall'umiltà come virtù tattica se non morale, perché a stare bassi si vedono meglio i particolari, e non si viene rilevati dai radar.

Impariamo di nuovo a misurarci anche un po' dai risultati, perché presto non avremo più alcun diverso da accogliere, ma semmai noi diversi dovremo negoziare la nostra accoglienza da parte degli altri, là dove una volta era casa nostra. Abbiamo poco da sentirci lume per il mondo povero, la risacca della storia ci sta già lasciando in dietro, e se vogliamo essere vivi anche domani sarà meglio che guardiamo la faccia della Terra come realmente è. Mettiamo più carattere nelle nostre scelte e più umiltà nella nostra autostima.

Allora, e solo allora, scopriremo che c 'è ancora bisogno di noi: ritornati credibili, potremo finalmente essere i necessari testimoni di una civiltà di diritto e giustizia, decaduta sì ma ancora in grado di portare frutto. Siamo dunque noi umili, seri, diligenti, onesti, siamo noi buoni operai in questo mondo ed allora noi periferici, noi diversi, noi quasi-del-tutto-finiti saremo se Dio vuole riconosciuti come simili, come pari. E sarà il meglio che ci possa capitare.

Articolo pubblicato anche su www.interris.it

 

 

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