Invochiamo il Dono del Consiglio

Oggi è Natale, perciò vorrei chiedere un regalo. Lo chiedo per voi e per me, e lo chiedo allo Spirito Santo, che ne ha almeno altri sei da parte, dunque non ci dirà di no. Per Natale chiedo, per voi e per me, una bella dose di spirito critico. Nel Catechismo lo chiamano il dono del Consiglio, ma noi gli diamo un nome che si capisca di più, e cioè la capacità di discernere fra bene e male, fra giusto e ingiusto, fra vero e falso, eccetera. Già che ci siamo, anche fra bello e brutto, che non è nemmeno una cosa scontata oggi.

Io dico: invochiamo il dono del Consiglio perché il Natale sia una festa davvero.

E allora quando facciamo gli auguri, per piacere lasciamo da parte Babbo Natale, gli orsetti, le renne, e tutta una natura nordica pacioccona e buffa che tra l'altro non esiste affatto, recuperiamo l'età mentale e anagrafica che abbiamo lasciando queste fantasie infantili e mollicce ai bimbi piccoli, ma piccoli davvero.

A Natale, tiriamo fuori un po' di carattere per guardare una minorenne che partorisce in un ricovero di fortuna, con un marito che non la tocca con un dito perché sa che non è sua, qualche lavoratore socialmente utile che guarda che sta succedendo in quella baracca, e i sapienti e gli intelligenti che non ci capiscono niente.

La politica di Erode cerca già il bambino per ucciderlo, e solo tre ricchissimi burini di non si sa dove hanno capito che i soldi sono importanti ma vanno messi dove stanno le vere priorità. E per questo portano dove stanno le vere priorità. E per questo portano segni della loro immensa ricchezza a quel figlio di nessuno in una baracca.

Io questa scena non me la voglio perdere. Io questi tre Ultimi col loro bue e il somaro, con intorno i lavoratori del turno di notte, e fra qualche giorno tre bizzarri riccastri che arrivano a raggiungerli, voglio rigirarmeli fra le mani tutto il tempo, voglio capire, devo capire, come hanno fatto ad essere lì, perché ci hanno creduto, tutti quanti, e con che faccia di bronzo si sono tenuti per trent'anni la fama del pazzo, prima che Gesù diventasse famoso. I pastori, per dire: di sicuro qualcuno di loro avrà fatto in tempo a morire, prima che si sapesse della vita pubblica di questo nuovo Maestro che parlava "come uno che ha autorità", per altro in sinagoghe a centinaia di chilometri da lì, perché Betlemme non è Nazareth, non è Cafarnao, non è nemmeno Gerusalemme, anche se è vicina, e Gesù non ci è mai più tornato durante la sua vita.

Chi c'era quella notte, quelli sono veri rivoluzionari.

Quei quattro o cinque lavoratori border line, pastori da notte, sono stati incastrati letteralmente dall'angelo nella parte del fesso. Oppure no. Quei quattro o cinque sono il primo noi, sono i primi sassi su cui si è cominciato a costruire. E qualcuno di loro ha capito, e ha creduto, lasciando la Sacra Famiglia meno sola.

Ecco, questi sono i miei auguri: a Natale, vediamo di essere all'altezza di questa gente da niente, curiosi anche spaventati, ignoranti ma liberi. Gente normale piena di fatica, che è andata a vedere, e ha lasciato che quel che ha visto cambiasse loro la vita. Buon Natale

Irene Pivetti

 

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