Irene Pivetti intervistata da Pietro Senaldi: “Di Maio è la malattia del Sud, Salvini la cura. E la maledizione…”

Nella vita è questione di tempistica. Ventidue anni fa Irene Pivetti, fresca ex presidente di Montecitorio più giovane di sempre e volto più popolare del Carroccio dopo Umberto Bossi, venne espulsa dalla Lega perché contraria alla secessione.
Oggi, Matteo Salvini toglie il Nord dal simbolo del partito e in sei mesi porta la Lega a essere la forza trainante del centrodestra. «Si dimostra che avevo ragione io, che poi fondai Italia Federale», racconta oggi l’ interessata dalla poltrona presidenziale della sua ultima creatura, Italia Madre, un’ associazione per favorire l’ attività dei nostri imprenditori all’ estero che, proprio oggi, inizia a essere operativa. «Ai tempi era una Lega giovane e selvatica, ci furono scontri in piazza, mi venne anche impedito di salire sul palco. Io volevo negoziare con la politica un federalismo forte, Bossi non accettò».

 

Nessun rancore?
«Era il tempo delle espulsioni, la Lega era allo stato brado, ma non era male. Ho fondato Italia Federale perché mi hanno sbattuto fuori ma io nel cuore sono sempre stata fedele alla Lega».
Salvini ha tradito l’idea di Bossi?
«No. La Lega ha sempre avuto una vocazione nazionale, solo aveva un metodo diverso e si richiamava agli indipendentismi. Bossi puntava a far sollevare sardi e siciliani ma si rivelò una via non praticabile. La strada del federalismo oggi è quella corretta».
Vincerà la sfida al Sud?
«Ha cambiato pelle al partito e si presenta con una proposta concreta, interpretando il desiderio di libertà e protagonismo del Sud tonico e orgoglioso, mentre M5S è penoso: punta sul reddito di cittadinanza che è l’ incarnazione dei peggiori cliché meridionali».
Il capo leghista viene accusato dal resto del centrodestra di pensare più a consolidare la propria leadership nella coalizione che a dare un governo al Paese: è d’accordo?
«Sono due partite diverse. Matteo è un leader credibile e in ascesa. Si dimostra aggressivo ma forse è giusto così. Per Berlusconi la situazione è più complicata: gli avevano detto che era tre punti sopra la Lega e si è ritrovato tre punti sotto. Le uniche carte che ha sono l’ esperienza, l’ autorevolezza e il profilo moderato, ma il vento non soffia più dalla sua parte. La lotta sarà ancora lunga e aspra».
Il profilo estremista è il limite di Salvini, spesso accusato dalla sinistra di essere fascista?
«La Lega non è estremista. Non ha mai fatto una proposta economica senza avere coperture, difende i deboli, non è contro gli immigrati ma contro chi li sfrutta e per fare i propri affari è disposto a far scoppiare in Italia una guerra tra poveri. È un partito radicale e massimalista, che va alla radice del problema. La accusano di estremismo per i toni forti, ma questi rispondono alle esigenze della politica di semplificazione e comprensibilità».
Perché non si è candidata?
«Ne ho parlato, anche con Berlusconi. Ma fino a poche settimane fa vivevo a Roma e al Centro-Sud la Lega è ancora un voto d’ opinione, la struttura va costruita. Alle Comunali del 2016 mi sono candidata per Noi con Salvini ma io non sono della Capitale e ho poco radicamento sul territorio. E poi ero troppo impegnata con la mia iniziativa imprenditoriale Italia Madre, che un giorno diventerà un partito. La politica si può fare anche fuori dal Palazzo».

 

Irene Pivetti, elegantissima, in gonna, tacco 8, bracciali e mise orientaleggiante, ci riceve nei 3600 metri quadri della sede della sua associazione, periferia nord di Milano. «Partiamo domani», illustra l’ iniziativa. «Qui oggi non vede nessuno ma ci saranno trecento persone ogni giorno, offriamo consulenze, ma anche progetti chiavi in mano a chi vuole fare affari in Cina, Sud America, Stati Uniti, e altrove. Noleggiamo postazioni ma guadagneremo in percentuale sui profitti che faremo generare ai nostri clienti. Venerdì terremo il primo corso per aziende. Siamo un’ associazione di lobby, sono andata a registrarla negli Usa. Lo scriva, l’Italia ne ha bisogno».

 

Mi scusi, ma come si è costruita questa competenza?
«Sono anni di rapporti personali. Sarò andata in Cina quaranta volte e altrettante a Washington. Ho contatti con diversi distretti e municipalità».
State con Trump o con i cinesi? È appena scoppiata una guerra commerciale che può metterci ko.
«Noi sappiamo come mettere d’ accordo Usa e Cina. Come durante la guerra fredda l’ Italia è stata il Paese cerniera tra Occidente ed Est, così noi dobbiamo essere gli intermediatori tra la via cinese della seta e i dazi di Trump. L’ Italia è esposta agli investimenti cinesi e legata agli interessi americani ma negli affari ha un approccio filosofico. Invece è il caso di essere pratici come i tedeschi e fare gli energumeni come gli inglesi: possiamo diventare un hub per il commercio internazionale».
Cosa pensa della Francia che fa shopping di aziende italiane?
«La Francia è un grande Paese, molto strutturato, ma Macron non mi inganna, è un cartamodello messo lì dalla Rothschild. Non è un leader, come dimostra il fatto che non è divisivo. I veri leader sono divisivi: Trump, Berlusconi, Salvini, lo stesso Renzi. Quanto allo shopping dei francesi in Italia, o siamo proprio incapaci, o c’ è qualcuno qui che lavora per loro, ci svende e si sta facendo un bel gruzzolo».
Non le fa paura Trump?
«No, perché parla chiaro. Quando venne eletto ero in Cina, e i dirigenti del partito esultarono. Meglio uno con una forte personalità piuttosto che Obama, che fa il buono e poi ti frega la Libia e il Medio Oriente».
E Putin, giusto ieri eletto per la quarta volta zar con un plebiscito?
«Lui certo non è divisivo in Russia, ahahahaha. Resterà un baricentro mondiale stabilizzante. Quello che non capisco è perché Gentiloni abbia appena confermato le sanzioni a Mosca, che danneggiano i nostri affari. Semplificando, direi per sudditanza verso la Merkel: i nostri politici, per debolezza, spesso prendono decisioni contrarie agli interessi nazionali».
Allude alla nostra politica nell’ Unione Europea?
«Mi piacerebbe che il nuovo governo assumesse una posizione di spigolo sull’ Europa e che il disagio delle popolazioni prendesse consistenza e forma all’ interno della Ue. L’Europa deve smettere di essere un consiglio di amministrazione litigioso dove vince il più forte e iniziare a ragionare come un’ entità unica, che difende la propria cultura e i propri valori».
Torniamo alle nostre pene: venerdì iniziano le votazioni per i presidenti di Camera e Senato.
«La figura dei presidenti delle Camere oggi è prigioniera di un paradosso. Nella prima Repubblica proporzionale, la loro nomina veniva condivisi dai partiti e loro riuscivano a essere imparziali. Con il bipolarismo si sono persi il senso di appartenenza a un’ unica comunità e la corresponsabilità che ne deriva. I presidenti sono stati espressione della parte vincente e perciò o non sono stati imparziali o, come me, sono entrati in rotta di collisione con il proprio partito».
Sembra che sulla poltrona di presidente di Montecitorio aleggi una maledizione: lei cacciata, Bertinotti e Fini morti con i loro partiti, la stessa Boldrini ha fatto flop. 
«La mia storia è nota. Quanto agli altri, sono stati puniti perché hanno fatto scelte di rottura utilizzando la carica per fare una battaglia politica personale: l’ elettorato non ha gradito la loro promiscuità. Diciamo che forse è una carica che monta la testa. Il più furbo è stato Casini, che non è mai stato di sinistra e si è fatto eleggere con i voti del Pd, mentre due terzi dei parlamentari Dem sono rimasti a casa».
A questo giro le presidenze se le spartiranno M5S e Lega?
«I rapporti di forza e la logica della politica dicono questo».
Lei divenne presidente all’ alba di una nuova era. Anche adesso siamo all’ inizio di una stagione o sarà una legislatura di passaggio?
«Siamo in un’ epoca destrutturata, non pluralista e con carenza di una leadership forte. Questo spiega il successo del M5S, che ha instaurato al proprio interno una dittatura di metodo, senza capo, individualista e socialmente disaggregante. Il leader, Di Maio, non dà la linea e non genera contenuti, l’ unica relazione dell’ individuo è con il proprio computer».
La Lega farà il governo con questi signori?
«Ci sono convergenze sull’ immigrazione e l’ Europa ed entrambi sono frutto dell’ esigenza di rottura e di lavacro istituzionale con cui gli italiani hanno affrontato queste elezioni. Gli interessati smentiscono, però il governo M5S-Lega è il solo che avrebbe i numeri per stare in piedi. E poi non avrebbe nessuno contro».
Ma a Salvini converrebbe?
«A lui conviene tornare al voto, e converrebbe pure agli italiani. Però deve dimostrare di averle tentate tutte».
In caso di governo M5S-Lega è prevedibile un attacco dei mercati al Paese, come afferma la sinistra?
«Non è detto, perché sarebbe il governo più stabile numericamente. La Lega poi governa da oltre 20 anni e incarna un modello di stabilità. Quanto a M5S, strillano ma non mettono in discussione nulla. Li temo molto perché parlano di reddito di cittadinanza ma in realtà faranno la patrimoniale».
Perché a oggi i mercati sono tranquilli?
«Perché l’ Europa ha dimostrato di saper andare avanti pure senza governi. Il che è positivo, significa che il sistema tiene».
Se diventasse mai premier, quali errori commessi da Berlusconi non dovrebbe ripetere?
«Berlusconi si presentò con la famosa frase “non faremo prigionieri”. Poi la trasformò in un “vogliamoci tutti bene”. Forse per eccesso di liberalismo, forse per troppa sicurezza in se stesso, ha mediato troppo, anche con i propri principi, e così non è riuscito a realizzare la famosa rivoluzione liberale».
L’ hanno danneggiato più gli avversari o gli alleati?
«L’antiberlusconismo ha danneggiato la sinistra più di Silvio: per fargli la guerra sono rimasti fermi 25 anni e ora si trovano con le macerie e non hanno neppure le fondamenta da cui partire per ricostruire. Gli alleati hanno danneggiato Silvio ma l’ incapacità di gestire l’ alleanza è stata tutta sua».
Salvini non corre certo il rischio di essere morbido.
«Non lo so, questo bisogna vederlo. Certo è un leader credibile, ma pure Silvio lo era, anche di più».
Se lo ricorda il giovane padano Salvini, avrebbe mai detto che sarebbe finito così in alto?
«Ai tempi era un ragazzo, faceva il consigliere comunale. Ero a Roma e non me lo ricordo. L’ho conosciuto che era già segretario, quando è venuto a propormi la candidatura alle Comunali del 2016. Evidentemente si ricordava della mia Italia Federale».
È possibile un governo M5S-Pd?
«Non potrebbe reggere: avrebbe fuori la Lega e un centrodestra fortissimo. E poi non credo che al Pd convenga: non è vero che il partito è crollato perché non esiste più una domanda di sinistra, è che M5S ha dato le risposte che Renzi è stato incapace di fornire. Se i Dem vanno con i grillini, rischiano di essere fagocitati».
L’establishment preferisce i grillini al governo rispetto alla Lega perché non avendo un programma e un’ idea forte di Paese sono più manovrabili?
«Direi di più. I grillini sono funzionali all’ establishment, raccolgono la protesta e la incanalano lungo percorsi innocui per il sistema di potere, senza fornire valide alternative a esso. L’ odio verso la classe politica, che è il loro unico contenuto, in realtà fa il gioco dei poteri forti, perché li libera di un interlocutore autorevole. Il loro colore è il giallo perché di fatto sono un sindacato giallo, ovverosia connivente con il padronato. La Lega invece fa paura, perché ha un progetto rivoluzionario che mette in discussione il sistema».

 

di Pietro Senaldi

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